Il Pritzker ad Aravena è un Nobel all’Housing Sociale

 
 
 
Alejandro Aravena Villa Verde House dezeen 936 1
 
 

Foto: Elemental S.A.
Credits: Elemental; ArchDaily; deezen magazine


È la quarantunesima edizione del premio e tra i predecessori di Aravena ci sono alcuni tra i protagonisti del dibattito architettonico internazionale.  Lui è probabilmente il più giovane a ricevere il premio,  a 48 anni, ma l’elemento di vero interesse in questa notizia è la motivazione dichiarata dalla Giuria, che evidenzia in maniera decisa il modo di essere architetto, prima che le opere compiute o il talento: «Aravena è in prima linea – scrivono i giurati - tra una nuova generazione di architetti che hanno una consapevolezza multiforme e vitale delle complessità dell’ambiente costruito. Ha saputo dimostrare con chiarezza la capacità di coniugare:  responsabilità, vincoli di spesa, progetto dello spazio abitativo e disegno urbano. In pochi sono riusciti a fare dell’architettura un’impresa brillante e allo stesso tempo efficiente, incrociando sul progetto le sfide economiche e sociali dei nostri tempi. Aravena ci è riuscito e così facendo, dal suo Cile, ha proiettato il ruolo dell’architetto in uno spazio più esteso e denso di significato».
Cambiano i tempi, cambia il premio, cambiano i premiati. Non è azzardato sostenere che il premio è più per l’uomo simbolo di un nuovo corso dell’architettura contemporanea che non per l’architetto autore di progetti che ne hanno segnato la storia.
L’assegnazione del Pritzker è ogni anno la news di architettura più ghiotta per tutti i media del settore, tradizionali e social, e il dibattito tra sostenitori e detrattori della decisione della giuria è serrato. Tra i numerosi contributi alcune testimonianze le ha raccolte in maniera arguta ArchDaily tra i suoi lettori, richiamando l’attenzione sulla funzione attuale di un premio internazionale di architettura ricco e prestigioso e, di conseguenza, su quale sia oggi il contenuto di qualità di un progetto di architettura: il premio è un riconoscimento alla qualità architettoniche delle opere realizzate?  Alla carriera? È un tributo al contenuto di “bellezza” di uno o più progetti? È un veicolo per trasmettere temi prioritari o d’avanguardia? Deve guardare all’opera o al progetto? E, oltre che al vincitore, è utile ad altri? Orienta il dibattito internazionale? Segnala un percorso agli architetti? E ai loro committenti?
Alcune risposte le fornisce lo stesso Aravena in un’intervista rilasciata a dezeen magazine poche settimane fa, in cui discute di come il contenuto della pratica della professione sia ormai definitivamente e inevitabilmente dentro i processi. Tra questi quello del progetto per l’Housing Sociale risulta centrale, non solo nell’esperienza dello stesso Aravena – che gli è valsa il Pritzker – ma soprattutto nella proiezione sociale che l’architettura della casa ha guadagnato in modo innovativo rispetto al passato, proprio attraverso le pratiche di cui diviene parte.  Se pure è semplice identificare l’architettura come una pratica collettiva “per definizione”, bisogna fare chiarezza su che cosa sia oggi la “progettazione partecipata”: «Non stai a chiedere alle persone le risposte (in merito al progetto). Ciò che cerchiamo di identificare è invece quale sia il problema. Quello che proviamo a fare – chiedendo alle persone di partecipare  – è di rappresentare la questione, non quale sia la risposta. Non c’è niente di peggio che rispondere bene alle domande sbagliate […] Se non riusciamo a fare tutto, è necessario sapere cosa non può essere assolutamente lasciato da parte. Le priorità da stabilire si fanno avanti da sole durante il processo di partecipazione, soprattutto nei contesti di povertà».
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