Homing

 
 
 

Nell’universo variegato dell’housing sociale, si tende a configurare una costellazione di servizi che potremmo raggruppare sotto il nome di homing: molte sono le affinità sostanziali che accomunano questi interventi pur in presenza di configurazioni molto diverse. Per capire meglio cosa può rientrare in questa definizione partiamo dai destinatari potenziali, per arrivare a individuare i possibili profili di servizio, passando per le caratteristiche che accomunano le soluzioni e per gli attori coinvolti.

Le risposte di homing sono state sviluppate a favore di persone che affrontano una particolare fragilità, come:

  • chi sta cercando di riconquistare una piena autonomia (per esempio dopo percorsi di accoglienza protetti - neomaggiorenni e nuclei mamma-bambino, persone in uscita da comunità terapeutiche e riabilitative per disturbi di salute mentale o problemi di dipendenza ... - o partendo da condizioni di forte marginalità - vittime di tratta o violenza, rifugiati, o detenuti in misura alternativa-ex detenuti, rom e sinti, persone senza fissa dimora...),
  • chi vuole sperimentare le proprie possibilità di vita indipendente (come persone con disabilità cognitiva o fisica anche acquisita),
  • chi invece sta perdendo progressivamente la propria autosufficienza (una quota crescente di persone anziane),
  • infine chi ha un’esigenza alloggiativa temporanea e vincoli di reddito (si pensi al fenomeno della migrazione sanitaria, ai lavoratori temporanei, ai separati...).

Tali bisogni abitativi richiedono attenzioni particolari che vanno al di là della semplice risposta residenziale e rinviano a soluzioni caratterizzate da uno o più dei seguenti elementi:

  • l’offerta di alloggi adeguati ma anche di servizi flessibili di accompagnamento a intensità variabile, che valorizzino la componente relazionale;
  • la temporaneità della risposta, che implica accoglienze con tempi definiti in partenza (brevi o medi) e forme di ospitalità che escludono la locazione e rinviano a formule diverse (come per esempio accordi di ospitalità che richiedono una responsabilizzazione e una compartecipazione graduale dell’utenza, convenzioni che prevedono rette a carico degli enti pubblici o delle famiglie, donazioni libere o rimborsi spese con accordi di comodato...);
  • l’adattabilità della risposta, che mette al centro la persona perché l’obiettivo di potenziare, sperimentare o mantenere le sue abilità – in evoluzione nel tempo – passa anche dalla versatilità adattiva del servizio residenziale stesso;
  • la capacità di collocarsi in modo intermedio nella gamma di soluzioni esistenti tipicamente polarizzate tra il proprio domicilio/il libero mercato e le risposte ad alta protezione (spesso eccessiva in partenza o che lo diventa a un certo punto del percorso individuale), connotandosi il più possibile come “casa”, un luogo che consenta la creazione di relazioni umane ricche e significative.

Sulla base di queste premesse sono nate nel tempo diverse sperimentazioni, che si sono sviluppate in maniera significativa a partire dai primi anni Duemila e che sono in continua evoluzione, grazie al dinamismo di una varietà di soggetti (cooperative sociali e consorzi, associazioni, fondazioni, enti religiosi e anche enti pubblici – Comuni, Aziende consortili, Comunità Montane). Ad oggi è possibile distinguere alcune “famiglie” di progetti:

  1. alloggi per l’autonomia e l’inclusione sociale, rivolti a persone o nuclei in condizione di fragilità socio-abitativa per le quali è possibile ipotizzare un’autonomia nel breve-medio periodo; le persone, seguite da figure educative, sono inserite all’interno di un più ampio percorso di accompagnamento individuale e di reinserimento sociale;
  2. alloggi per l’autonomia “potenziale”, rivolti a persone per le quali si ritengono necessari percorsi graduali di avvicinamento alla vita indipendente, in particolare alle persone con disabilità che sperimentano percorsi di “dopo di noi – durante noi” (palestre di autonomia, scuole di vita autonoma, ma anche soluzioni più stabili come microcomunità, appartamenti protetti...);
  3. alloggi per l’autonomia “residua”, rivolti a persone anziane che si trovano ad affrontare forme di fragilità connesse all’invecchiamento e che necessitano di risposte a prevalente contenuto abitativo che si pongano a un livello di protezione intermedio tra il sostegno al domicilio e l’inserimento in RSA;
  4. strutture di ricettività temporanea rivolte a destinatari con esigenze abitative a basso costo, di natura temporanea, anche di brevissima durata (come parenti di degenti ospedalieri, lavoratori temporanei da fuori Regione...); non è necessario, nella maggioranza dei casi, alcun tipo di percorso di accompagnamento socio-educativo dedicato.

A volte nello stesso immobile, è possibile una compresenza e una combinazione tra le diverse forme di risposta abitativa.

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